Biografia

Biografia

 

 

Nella fotografia del 1914  l'Hotel Matilde di Scafa di proprietà di Nicolò Tontodonati, nonno del poeta.

 

    Giuseppe Tontodonati nacque a Scafa il 2 febbraio 1917. Nel piccolo centro industriale della media del Pescara, allora frazione del comune di S. Valentino e provincia di Chieti, egli visse fino al 1925, anno in cui la sua famiglia si trasferì nella città dannunziana eletta a capoluogo di provincia nel gennaio del 1927.
La vita nel nuovo ambiente cittadino e la scoperta del mare diedero di certo stimolo e fermento al suo mondo, interiore e la sua fervida immaginazione, che già lo aveva distinto in paese tra i coetanei, ora aveva modo di espandersi e di dilatarsi verso nuovi orizzonti spirituali.

     Il ragazzo era cresciuto divenendo un giovinetto di taglia atletica, alto e magro, con gli occhi ardenti di romantico sognatore e una nera e folta capigliatura da vero contestatore d’epoca. La sua vitalità ed il suo spirito libero e ribelle lo portarono ben presto in aperto contrasto con le regole borghesi della vita, così appena quindicenne, interrompeva gli studi regolari (frequentava l’Istituto Tecnico Industriale) ed iniziava una vita da bohème, assieme a Giuseppe Di Federico e Armando Dionigi, compagni cari delle più estrose avventure. Allora egli si dedicava con entusiasmo alla pittura, ma ben presto doveva scoprire che la sua musa più autentica era la poesia nel cui favoloso universo di sogni e di fantasie già si beava leggendo gli autori più amati, imparando a memoria tanti versi e cominciando a scrivere le sue prime poesie. Ma suoi primissimi versi in dialetto, l'idioma materno a lui più caro che avrebbe riscoperto dopo molti anni, ornai cinquantenne, un distico balzato ora dalla sua prodigiosa memoria, sono quelli detti un giorno ad una bella signora che gli chiedeva dove se ne andasse tutto solo e triste per le vie della città: 

 

«Signò’, tu tî l’ucchie azzurre e viole, j’ so’ ppuverelle,.., nu puete sole.» 

 

     Erano gli anni felici della sua maschia ed intrepida giovinezza, e il futuro poeta, che nutriva un vivo interesse per l’arte, veniva accolto nello studio della pittrice Isabella Ardente, artista di grande talento e autrice di una straordinaria produzione di lavori andati in gran parte perduti durante gli ultimi eventi bellici.  Di lei il baldanzoso giovanotto si sarebbe perdutamente innamorato, fino a sposarla. Era il novembre del 1939.Lo studio della Ardente, sito in via Ponterosso (oggi via Ravenna) era allora un vero salotto, punto di ritrovo di diverse personalità della vita culturale pescarese del tempo. Così Tontodonati poté conoscere da vicino il poeta Alfredo Luciani, già salito agli onori della fama, lo storico Giovanni De Caesaris, il gesuita padre Mosca, gli umanisti Artabano Febbo e Giulio Gozzi che poi lo ebbero allievo prediletto delle belle lettere e lo presentarono al celebre latinista Luigi Illuminati, ed artisti come il musicista don Manlio Maini, autore di opere su temi dannunziani, e il non meno famoso scultore Vicentino Michetti, cui è stato legato da fraterna amicizia.
 

     Intanto si avvicinano i tristi anni della guerra e il giovane sposo, nell'autunno del 1940, appena un anno dopo il suo matrimonio, partiva verso il fronte d'Albania dove, sulla linea del fiume Voiussa,  fu valoroso soldato rischiando più volte la vita in azioni temerarie. Fu poi in Grecia e qui, nonostante la spietata inimicizia tra greci ed italiani, seppe conquistarsi la stima e l'amicizia del pittore tessalo Dimitri Ioldassis, docente all'Accademia di Belle Arti di Atene, che nell'estate del 1956, in occasione di un suo viaggio in Italia, fu suo ospite a Pescara,

     Allora, sul fronte greco, il Poeta strinse amicizia anche con il giovane giornalista italiano Giorgio Vecchietti e così alcuni suoi componimenti in lingua, molto noti ai commilitoni, apparivano sul giornale della IV Armata e della Divisione Ariete, nonché sulla stampa nazionale.

     Nell'estate del 1943, l'8 Settembre, fatto prigioniero a Volos, Tontodonati veniva deportato in Germania e confinato nel lager 4°/B di Torgau - Piesteritz, nel Wùttemberg, dove rimase fino alla primavera del 1945, fra atroci sofferenze fisiche e morali. Erano trascorsi cinque anni dalla sua partenza dall'Italia, ed ora, con il corpo piagato e ridotto quasi ad uno scheletro - si era salvato a stento, grazie alla sua forte fibra - s'avviava a fare ritorno verso la cara patria e nel dicembre del 1945 poteva finalmente riabbracciare i suoi familiari.

    Ma un altro doloroso capitolo iniziava nella vita del poeta. Tornato a casa, egli si trovava ad affrontare le enormi difficoltà del dopoguerra, gli anni duri della lenta ripresa della vita civile ed economica e così, per sbarcare il lunario, si adattava ai più diversi mestieri, facendo il cartellonista pubblicitario ed anche il manovale. Venne poi l'ora del dolore più intimo e sofferto, la perdita della moglie, la sua adorata Isabella che nel 1954 moriva di cancro dopo una lunga malattia. AI peso di tante sventure, il poeta volle reagire, era ancora giovane e poteva rifarsi una nuova vita affettiva. Così, nell'autunno del 1955 si risposò con una giovane di Scafa, Gilda Tontodonati, che gli sarà fedele compagna nella vita e nell'arduo cammino dell'arte, ed ora approdata anch'essa alla poesia con un libro di liriche, “Il Ventaglio”, che ha visto la luce insieme all'ultima fatica del consorte. E quattro anni dopo, nel 1959, il poeta lasciava definitivamente Pescara per raggiungere con la sua nuova famiglia la città di Bologna, dove aveva trovato un sicuro impiego come amministratore presso la ditta di trasporti F.lli Orlandi, lavoro che ha svolto fino al 1977, anno della sua andata a meritato riposo.

     La lunga stagione bolognese è certamente la più felice e fruttuosa per la sua attività di poeta che lo vede impegnato da anni su due fronti, nella versificazione in lingua, di cui ci ha dato un primo saggio con il volume "Rapsodia - Il Guerriero di Capestrano" (Editrice "La Regione", Pescara, 1982) e in quella nuova e molto più impegnativa in dialetto. Di questa nuova lingua, l'amato dialetto abruzzese mai dismesso nell'uso quotidiano in famiglia e tra i corregionali, egli doveva riscoprire tutta la ricca gamma espressiva e la vasta potenzialità poetica proprio a Bologna, quando dalle grevi brume del Nord, per una misteriosa evocazione dell'anima, quasi spinto alla ricerca della luce e degli stessi archetipi millenari della civiltà autoctona della terra d'origine, egli andava ripensando e rivivendo dentro di sé gli anni felici della fanciullezza e il mai dimenticato luogo natio, le vicende paesane della sua gente e tante pagine di storia del suo Abruzzo, ora "rivisitati" e filtrati con l'occhio nitido e sagace della memoria e del tempo.

     Sono questi anche gli anni della sua viva presenza nella vita culturale bolognese, quando stringe un operoso sodalizio di affettuosa amicizia con lo scrittore Amedeo Ratta e il poeta Antonio Rinaldi, i primi a scoprirlo fuori regione e a degnamente valorizzarlo partecipando alla perfetta riuscita della prima edizione delle "Storie Paesane", e più tardi con il critico Italo Ghignone, divenuto un suo attento e fine lettore, e quando, nel 1971, insieme ad altri amici artisti, fonda e poi dirige come presidente il "Centro Internazionale delle Artí", sito nella centralissima via S. Vitale al n° 22, a due passi dalle celebrate Torri, dove si sono susseguiti fino al 1984, anno della sua chiusura, innumerevoli e fortunate mostre anche di pittori di fama internazionale, come Renato Guttuso, Guido Gielch, Reza Olia e Karl Timner.

     Ma la sua fatica di poeta, l'intimo, segreto e intenso lavoro delle silenziose ore notturne in cui mi trovai più volte ad essere presente, e testimone quasi incredulo, è stata la vera energia che ha dato lievito e gioia al suo cuore, rimasto sempre quello del romantico sognatore giovanile, e con un entusiasmo e una fede incorrotta nelle arcane ragioni della poesia che lo hanno portato, dal 1968 ad oggi, dalle "Storie Paesane" a "Dommusé" a "Terra Lundane" fino all'odierno "Canzoniere d'Abruzzo", alla pubblicazione di una copiosa raccolta di sonetti e di altri originali componimenti in varie rime, che formano una produzione davvero ragguardevole, una testimonianza creativa quanto mai nuova e stimolante nel pur ricco panorama della poesia dialettale abruzzese e nazionale, anche per le diverse implicazioni critiche che essa ha suscitato fin dal suo primo apparire.    

     Un'opera ponderosa, di vasto respiro, come già è stato sottolineato da autorevoli studiosi, in cui egli ha voluto celebrare la terra d'origine e la sua gente in un orizzonte ispirativo e in una prospettiva culturale che s'innalzano ben oltre i confini del borgo natio, ben al di sopra di tanto sterile e vacuo verseggiare di gran parte della poesia dialettale abruzzese dei nostri giorni.
Egli guarda a tutta la regione, all'etos e al Patos della sua gente, vuole tessere un quadro complesso di temi e di riflessioni, per farne un ritratto il più vario e ricco possibile, rievocando antiche costumanze, tradizioni secolari e leggende di una civiltà millenaria, cantando la mitologia e le gesta delle antiche popolazioni italiche, le aspre lotte politiche e militari svoltesi in Abruzzo sul declinare dell'età di mezzo e, con accenti particolarmente vivi e commossi, gli eroici moti ínsurrezionali della Carboneria abruzzese, fulgide pagine di storia risorgímentale spesso ignorate da una certa cultura ufficiale, riesumando così personaggi mitici e fatti memorandi che hanno siglato in ogni tempo le tappe di un cammino e di una civilizzazione di cui, purtroppo, non vi è ancora chíara consapevolezza non solo fuori regione, ma neanche tra molti degli stessi abruzzesi. E in questa fantastica rivisitazione, egli arriva finanche a trac
ciare, in una mirabile sintesi di ispirazione cosmogonica felicemente riuscita, una grandiosa rappresentazione della genesi geologica e antropologica della terra d'Abruzzo, accennando ai primissimi insediamenti umani attestati nella Valle Giumentina e in quella dell'Orta, tra la Majella e il Morrone, con una plastica e possente figurazione de "I'óme de la Majelle,/armate de turtore e ppele 'm pette", che è davvero immagine di grande efficacia e del tutto inedita.

     Il poeta professa un tenace amore per la bellezza e per la natura, considerati come doni sacri e beni supremi della vita, e sovente espande la propria fantasia in immagini dense di struggente malinconia e di lirico abbandono, quando evoca gli anni più lieti e spensierati della vita bucolica trascorsa nel paese natio e la storia dolorosa dei propri affetti familiari, o quando canta l'amore, il mito del focolare domestico e il duro lavoro dei campi nel perenne ciclo delle stagioni, o quando, estasiato, si sofferma ad ammirare le vestigia e i tesori dell'arte italica e romanica, i cieli azzurri, i bei paesaggi e le montagne a lui più care, tessendo così il cantato di una terra forte e grandiosa, ma dolce e fatata quant'altre mai.

     Ma la sua poesia, che si alimenta di un libero e immediato rapporto con la vita quotidiana, e con ampia e trepidante eco dei mali oscuri, degli eventi luttuosi e delle orribili sciagure che tutti ormai ci sovrastano (dalla corruzione alla droga, alla violenza, al terrorismo, fino alle vandaliche devastazioní dell'habitat e alle catastrofi ecologiche incombenti sul destino di tutta l'umanità!), ha il suo nucleo ispirativo centrale, il suo ideale baricentro, nel multiforme crogiuolo della Storia. E non solo la storia dei grandi personaggi e dei grossi accadimenti d'altri tempi, ma soprattutto misconosciute e assai suggestive vicende di vita popolare, le amatissime "vicchie storie", argomento della sua prima e palpitante evocazione poetica, che sono storie di affetti, di lotte, di passioni e di vendette, delicate e commoventi, amare e dolenti e pur sapide e cruenti vicende che vedono in azione anche i briganti della Majella, storie in cui campeggiano le figure più umili della vita di un paese che ci fanno rivivere le loro piccole e grandi questioni, le gioie e i dolori, gli affanni e i tormenti le speranze e le trepidazioni del vivere quotidiano di un tempo passato, nel continuo e angoscioso perpetuarsi dell'umana ansia esistenziale e nell'immutabile trascorrere e congiungersi di amore e morte.

     Sono essi i "vinti" di sempre, che solo la forza della fede, l'avito e incrollabile spirito religioso dei padri, può sostenere e redimere dalle fatiche e dalle sofferenze di ogni giorno, dai soprusi e dalle prevaricazioni dei potenti e dei prepotenti, e dagli antichi drammi comuni della fame, della guerra e dell'emigrazione forzata. Sono proprio essi, quindi, i veri protagonisti delle "Storíe", le figure più rappresentative ed emblematiche di tutto un mondo paesano che solo l'ispirazione e la pietà umana di un poeta che ha vissuto e sofferto in prima persona la dolorosa e tragica esperienza del vivere, portandone impresso sulla propria carne le profonde stimmate, poteva innalzare, riscattando così, e sublimando nella luce del bello e del vero, il sentimento della dignità ed anche della santità di tutta una gente e di tutto un popolo che, ieri come oggi, ha dato la propria testimonianza di vita e di fede sempre nel travaglio e nella miseria, nel sacrificio e nel dolore.

     Ne è sorto così un canto vibrante e appassionato, un vero poema, straordinariamente vivo e moderno, anzi attualissimo, in cui accanto all'idillio paesano, alla evocazione lirica della memoria e ad una trasognante elegia del tempo che fugge, dai toni tenerissimi e carezzevoli, sparsi nel poema a mò di pause - e spesso sono le intime e raccolte meditazioni del poeta - e accanto a momenti di sottile ironia e di fine arguzia, si susseguono e si intrecciano, e con un gusto di sapiente orchestrazione e un epico fraseggiare di icastica incisività, rapide impennate di salace umorismo, squarci lapidari di grottesco e tremende invettive esplodenti con l'impeto dell'anatema, con una veemenza di biblico furore, quando il poeta si scaglia contro le ingiustizie e i misfatti del potere e bolla col marchio dell'infamia le atrocità e la nuova barbarie dell'odierno vivere "civile". E questi ultimi accenti di alta drammaticità costituiscono di certo l'aspetto più nuovo e impressionante di una esaltante vitalità poetica che, pur aperta al lirismo, alle suggestioni della bellezza ed all'estatica contemplazione della natura, rimane tuttavia saldamente ancorata ad una concreta e vigorosa dimensione del reale e del vissuto, e in tutta la piena caratura morale e spirituale dell'uomo e del poeta.

     Giuseppe Tontodonati, impareggiabile interprete dei suoi sonetti, nonché trascrittore singolarissimo di gran parte di essi in preziose pergamene che fanno la gioia di chi le ha avute in dono, è stato un acclamato dicitore. Memorabili restano i recitals dati, e sempre con larga partecipazione di pubblico, nell'Abbazia di S. Clemente a Casauria, nell'Eremo di S. Spirito a Majella, a Francavilla al Mare, a Scafa, all'Hotel "Mon Cheri" di Riccione, presente l'illustre M° Antonio Di Jorio, al Centro Culturale Esagono, al Baraccano e all'Antoniano di Bologna, e nelle varie edizioni del "Maggio Sanvalentinese" di S. Valentino in Abruzzo Citeriore, la cittadina cui egli si sente unito come ad una seconda patria di nascita e di antichi affetti, che il 24 maggio 1981, per iniziativa del Sindaco dr. Antonio Saia, nel corso di una solenne cerimonia in Comune, gli ha conferito la Cittadinanza Onoraria con la seguente motivazione: "Per le sue straordinarie doti artistiche e per il grande attaccamento alla terra natia d'Abruzzo e a S. Valentino".

     Ogni anno, fino alla sua scomparsa avvenuta a Bologna il 6 gennaio 1989, nell'avvicinarsi della bella stagione, per quell'irresistibile richiamo che lega ogni creatura alle proprie origini, il poeta tornava a "risciacquare i panni" nelle acque sorgive dei suoi fiumi prediletti, il Lavino, l'Orta e il Pescara, riassaporando così il nettare della parlata natia, respírando l'aria e rimirando il cielo, le montagne e le bellezze dell'amata terra sempre presente nel suo gran cuore di antico sognatore e di novello aedo italico. (Sergio Masciarelli - Rivista "La Regione" novembre 1989 - numero monografico dedicato alla scomparsa di Giuseppe Tontodonati)

 

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