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Daniela D'Alimonte

 Prefazione della Prof.sa Daniela D'Alimonte al volume postumo di Giuseppe Tontodonati "Recurde Pescarise" - Fondaz. Pescarabruzzo, ottobre 2019

Nel corso del Novecento si sviluppa in Abruzzo una notevole passione per la poesia dialettale che si manifesta sia con un numero ampio di cultori, sia con una quantità rilevante di opere prodotte e di concorsi nati con l’intento di riconoscerla e di valorizzarla. Questa poesia rappresenta una testimonianza vera, precisata da una tradizione che si era affermata già nel corso dell’Ottocento e che a volte aveva sottinteso anche una buona base culturale. Il pregiudizio che il dialetto rappresentasse una forma minore di scrittura cominciava ad essere superato e con esso quel pensiero che il dialetto abruzzese fosse troppo umile per elevarsi a lingua poetica; ugualmente era stato accantonato il concetto della poesia dialettale che si esauriva soltanto nel genere burlesco. Le parlate locali ora dimostrano vitalità e spesso appaiono proiettate anche alla conquista di nuovi modi espressivi. I poeti si muovono nell’ambito di uno strato popolare ed hanno una propria giustificazione storica che conferisce una nota distintiva ed individuale a questa lirica che possiamo definire spontanea, ancorata al colloquio orale, alla battuta di spirito, alla tinta d’ambiente. Tra le figure che contribuirono a delineare tale panorama vi è sicuramente quella del poeta Giuseppe Tontodonati. Nato a Scafa nel 1917, allora frazione di San Valentino, è stato uno scrittore vivace e prolifico, legato all’idioma materno che riscoprì profondamente nell’età adulta facendone lo strumento principale della sua esperienza poetica. Se infatti compose anche in lingua, la sua originalità e il suo estro trovano la migliore espressione proprio nella poesia dialettale. Da ragazzo Giuseppe Tontodonati lascia il paese e si trasferisce nel capoluogo abruzzese per il lavoro del padre. Pescara diventa la città dove egli vive una giovinezza esuberante e piena di stimoli culturali; già appassionato di poesia ed arte, entra in contatto con l’entourage della pittrice Isabella Ardente che divenne tra l’altro la sua prima moglie. Lo studio di lei, situato in via Ponterosso (oggi via Ravenna), era il punto di ritrovo di diverse personalità della vita culturale pescarese del tempo. Questi intellettuali si riunivano anche altrove, per esempio da Tommaso Cascella, così come il poeta stesso ci testimonia con un sonetto che li elenca praticamente tutti:

A Porta Nove, mbacc-i-all’ Unijóne,/tené lu stúdie Tumasse Casscèlle./Ce se ngundré:

Di Prìnzeje,/ Burchièlle, Pumárece, D’Albènzie, Mestecóne,/De Sándese, Giammàrche

de Sulmóne,/li Siggismúnde, Fébbe, Tendarèlle,/Mecchèle, Giuvacchìne, Jisabbèlle,/

Dom Basìlie, ch’li bbaff ’e muschettóne,/Verdècchie, Polce, Dande Fraddijàne,/Pasquá’

Mechette e Lujiggì’ D’Amiche,/Spuldóre, Pive edd Enneje Flajàne,/Andrèje, Piètre,

Pe’ Di Fidiriche,/Palóssce, lu pohète Lucijàne,/e jji’, che ppàrle sembre gne nna piche.

Anche in altri componimenti riportati in questo volume compaiono gli uomini di cultura che si muovevano a Pescara in quel tempo ed erano amici e conoscenti del poeta; troviamo così il sonetto dedicato a Francesco Desiderio o quello ad Ernesto Giammarco o ancora ad Alfredo Luciani o a Luigi Illuminati. Il capoluogo adriatico resta impresso nei ricordi del poeta anche quando egli andrà via per traferirsi ancora una volta, e questa volta, per il suo lavoro, a Bologna. Dal ricordo conservato nel cuore alla poesia il passo è breve e, opportunamente, questa raccolta, porta il titolo di Ricurde pescarise e annovera i tanti componimenti offerti da Tontodonati alla città; si può dire, senza rischio di essere smentiti, che non vi sono altri poeti che hanno scritto un numero così ampio di poesie dedicate a Pescara; è una delle poche volte che il centro adriatico viene reso protagonista, in maniera così ampia, di testi poetici. Il volume ha già in questo la cifra della sua originalità e soprattutto della sua valenza documentaria. Tontodonati attraverso le poesie riporta alla luce, fa rivivere, una Pescara che non c’è più. Una città che finalmente può testimoniare il suo passato non sempre riconosciutogli. Una città senza storia si è spesso scritto, la “città che non ha rughe” la definì lo scrittore e giornalista Giorgio Manganelli negli anni ’80; attraverso le poesie di Tontodonati rivive invece una Pescara del secondo Novecento fatta di immagini, di strade, di panorami, di luoghi che il poeta ben conosceva e che frequentava e che sono la storia, il trascorso della città. E allora il libro assume il valore di documento, di fonte; queste poesie diventano esse stesse la memoria del luogo. Affiorano abitudini oggi scomparse, rivivono le strade e i rioni, rivivono i personaggi, nomi, cognomi e soprannomi di gente che qui ha lavorato, vissuto, condiviso un’epoca. Ecco:

Necole Manze, ch’ li pit’ a ppiattìne,/à state lu strellóne de Pescare/ che facé lu Corz’

Umberte cende vote/purtènne li ggiurnàle su nu vracce…

Ecco il cinema Olimpia in Via Milano:

L’Ulìmbie, de don Carle e donna Rose,/tené l’entràte da vija Melane…

Ecco ancora la celebre farmacia Marcheggiàne o ancora:

lu chiósche de dom Beppe Mammarèlle che statté piandàte come nu castelle/a ppiazza

Sacrecóre, mbacc-i-a ssole.

Rivivono poi le feste, come quella di San Cetteo con i lumini trasportati dall’acqua del fiume (…su la Pescare/l’acque purté na folle de lumine…mendre la ggende sté spettá lu spare) o le gare della Coppa Acerbo con Nuvolari tra i concorrenti. Si traccia un’immagine suggestiva, affascinante direi, della Pescara antica, una immagine vera, variegata, piena di calore e di umanità. Ma Pescara è anche la bellezza dei paesaggi, la grazia della marina al tramonto, la veduta che spazia fino al Gran Sasso di là, di qua alla Maiella:

Che bbunàzze jinnótte ’mmezz’ a mmare..!/Na luna piene fère tra le stelle/sopr’ a

le cóppie de le paranzèlle/che ttìrene allu larghe de Pescare./Da grèche na fluttìjje de

lambare/abbàlle sopr’ all’onda tremarèlle…/lundane, azzúrre, dorme la Majelle/a lu

chiarore pàllede… lunare.

Sopra ogni cosa lo sguardo innamorato, nostalgico del poeta verso la sua terra; lo stesso sguardo che rivolse a San Valentino o a Scafa, che lo accolsero piccolo, rivolge a Pescara città della gioventù e della età adulta. Anche per questo luogo vale il discorso che è stato più volte fatto in merito alla poetica dell’autore: è proprio la lontananza dalla sua terra, una volta trasferitosi a Bologna, è quel sentimento di nostalgia che avverte, a muovergli il desiderio di scrivere dei suoi posti, è proprio il non essere lì che crea il bisogno urgente di parlarne, quasi a voler ripristinare così un legame, una corrispondenza “di amorosi sensi”. La lontananza, cioè, rievoca il ricordo e la poesia lenisce la malinconia. Infine lo sguardo innamorato è a tutta la sua terra, al suo Abruzzo, ed ogni componimento è una dichiarazione d’amore:

E jji’, che dell’Abbruzze so’ ggelose,/arcumènze dd’ accàpe, da quatràle,/a ccurteggiá

sta terre,.. gne nnu spose..!

Un accenno doveroso va anche alla resa grafica del codice linguistico dialettale. Tontodonati aveva certamente a disposizione l’utilizzo del suo vernacolo, quello di Scafa o di San Valentino, per intenderci. La scelta però sarebbe stata legata o meglio, relegata, ai suoi luoghi d’origine, poco fruibile; così decide di scrivere, e lo fa in tutti i suoi componimenti, nella cosiddetta coinè pescarese o anzi, più correttamente, nel ‘superdialetto’ dell’area pescarese e medioadriatica che raccoglie ciò che di comune vi è con la molteplicità dei sottodialetti di questa area urbana e di buona parte della vallata del Pescara. Si tratta di un codice che si incontra e si scontra con gli altri dialetti delle zone limitrofe inglobandoli in un tutt’uno. Un dialetto che si è riplasmato eliminando le parti più marcate, strettamente locali e che ha scelto gli elementi più condivisi, un equilibrio nella pronuncia, una maggiore neutralità; un codice linguistico dialettale che potremmo definire anche di prestigio poiché tende a divenire esempio e modello di dialetto regionale. La scelta di Tontodonati è orientata verso quello stesso tipo di dialetto propugnato anche dal poeta e amico Alfredo Luciani che ambiva a creare una vera e propria lingua letteraria dialettale abruzzese. La resa linguistica del poeta è dunque consapevole, non casuale, ma frutto di una meditazione sulla grafia dialettale che in quegli anni interessò molti poeti abruzzesi e che sfociò in qualche caso, in vere e proprie diatribe. Un dibattito riguardò anche l’opzione tra il modello di scrittura fonetica, legata alla fedeltà alla pronuncia nuda e cruda del termine dialettale originario, qualsiasi esso fosse, e quella etimologica che invece sottometteva la parola dialettale alle norme della lingua italiana a discapito di una riproduzione fedele del suono. Non vi è dubbio che il nostro poeta propenda per il tipo di scrittura fonetica quale atto di fiducia verso il codice linguistico dialettale che egli considera una lingua a tutti gli effetti che non ha bisogno del supporto di quella italiana. Compare allora sistematico l’uso del raddoppiamento fonosintattico per dimostrare la pronuncia intensa: allu ggiardìne, a ppiattìne, Alla ggende ecc., anche, costantemente tra articolo e nome: nghe ll’arte, ’lla rive e così via; i gruppi consonantici nt/nc/mp vengono trascritti in forma sonorizzata (nd/ng/mb) perché questo è realmente l’effetto che crea, nella pronuncia abruzzese, la consonante nasale -n- quando affianca un’altra consonante occlusiva: candóre ‘cantòre’, destande ‘distante’, Ndonie ‘Antonio’, cungèrte ‘concerto’, temberate ‘temperato’, scumbarève ‘scompariva’, per citare solo qualche esempio. “Ut poësis pictura”, mi piace affermare parafrasando una celebre frase del poeta Orazio: la poesia accanto all’arte e viceversa, la poesia e l’arte come complementari e come tutt’uno; ed in effetti, ad arricchire questa pubblicazione, vi sono le illustrazioni di uno dei massimi artisti abruzzesi contemporanei, Mimmo Sarchiapone. Anche lui, giovanissimo, frequentò gli stessi ambienti culturali pescaresi del Tontodonati traendone linfa vitale per la sua futura carriera artistica. Ed allo stesso modo, anche lui ha amato e ama la terra abruzzese nelle radici più profonde tanto che in questa terra è tornato a vivere dopo anni di assenza. Da qualche tempo, attraverso le sue opere, le sue mostre e le sue numerose iniziative culturali, Sarchiapone mira a far rivivere in particolare l’antica Pescara, ridonandole un volto bello, attraente, come merita questa città. Alle poesie si alternano nel volume le splendide acqueforti dell’artista che, con minuzia di dettagli, al pari delle parole di Tontodonati, tratteggiano le immagini della città di un tempo passato, della sua gente, delle sue strade, delle sue cose. Un ventaglio raffinato di cartoline

d’autore, un omaggio prezioso del Maestro Sarchiapone. Recurde pescarise è dunque un volume che nel suo insieme, è una “ricerca del tempo”. Un tempo perduto, inteso come tempo vissuto e quindi scomparso, ma che viene qui finalmente ritrovato. Una iniziativa pregevole per la cultura abruzzese e pescarese, da valorizzare sicuramente e pubblicizzare anche negli Istituti scolastici affinché i più giovani riscoprano il dialetto, le immagini e quindi la storia della propria città. Un ringraziamento doveroso va fatto, a conclusione, alla famiglia del poeta Tontodonati ed in particolare al figlio Raffaello che promuove costantemente il ricordo della figura paterna e che ha curato questa pubblicazione con grande capacità e dedizione.

Daniela D’Alimonte

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News

20/04/24
Categoria: Generale
Postato da: admintnt

Martedì 23 aprile, alla Fondazione La Rocca (via Raffaele Paolucci 71, Pescara), diciassette poeti renderanno omaggio ad altrettanti poeti abruzzesi defunti. Daniela D'Alimonte renderà tributo al poeta Giuseppe Tontodonati.

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