C.I.D.A. >> Pittura Estemporanea

Concorsi di Pittura Estemporanea

Ricordi di un critico d’arte “I Concorsi di Pittura Estempora­nea “
Di Arrigo Grazia – tratto dal periodico del DLF “ Tempo libero sotto le Due Torri”
Ediz. Febbraio 2004


I Concorsi di pittura Estemporanea, , o “ex tempore” come si diceva un tempo, sono quelli in cui i partecipanti devono eseguire l’opera entro un tempo, in un luogo e talvolta con un tema determinato.
Essi furono in auge fino grosso modo agli anni ‘60 al prevalere cioè della pittura di fantasia, non figurativa, a programma e di idee, su quella cosiddetta “di genere”, cioè di paesaggio, natura morta, ritratto e figura secondo la concezione ottocentesca dell’arte.

La vita degli artisti “di genere” era scandita dalle stagioni. D’autunno e d’inverno si lavorava negli studi, si faceva la figura, la natura morta, qualche paesaggio. I Sindacati degli artisti e le mostre erano gli abituali luoghi d’incontro. Di primavera e d’estate fino ai primi freddi trionfava il paesaggio rigorosamente eseguito all’aria aperta. Il rientro era segnato dalle grandi mostre Sindacali, come la “Mostra d’autunno” che ricordava i “Salon d’automne” parigini, ed era l’occasione per verificare il lavoro estivo.

Era allora frequente incontrare pittori, anche dì nome, lungo gli argini, nei pioppeti, sulle colline, nei greti dei fiumi, nei luoghi importanti o caratteristici delle città. Si sceglievano i punti e gli scorci con cura perché il soggetto era la fonte dall’ispirazione, il posto comodo e senza intralci al lavoro, dopo di che si piazzavano i cavalletti e via col carboncino e la matita per poi stendere i colori, I pittori stavano isolati o a piccoli gruppi e allora occhieggiavano il lavoro del collega, ne osservavano le soluzioni, si scambiavano pareri e anche materiali. Come è ovvio c’erano i Concorsi, e una formula indovinata fu quella della pittura estemporanea. Associazioni, sindacati, Pro-Loco, Aziende di Soggiorno, Feste dei Partiti le promuovevano con Premi, Diplomi e attestati di partecipazione. Le vittorie e i buoni piazzamenti erano titolo di merito ed entravano nei curriculum.

 

I critici più in vista e, diciamo pure, i meno esosi, erano chiamati nelle giurie. Queste poi dovevano lavorare attente, perché il contatto coi giudicati era diretto, dato che tutto avveniva nel corso della giornata e la sera ognuno andava a casa col suo risultato, e i giudizi sulla giuria contavano perché le voci e i pareri facevano opinione.
Si cominciava la mattina o il giorno prima colla timbratura delle tele per evitare che uno arrivasse col quadro giù fatto. Poi i pittori si sguinzagliavano nella zona e dovevano consegnare le opere entro una certa ora.

Qui iniziava il lavoro della Giuria, arduo e spesso incerto dovendosi esaminare in breve tempo decine d’opere e, come si sa, certune non sono subito apprezzate e prevalgono spesso quelle vistose e d’effetto. E allora discussioni anche accalorate. Se non si trovavano accordi o s’insinuava il sospetto di favoritismi si dibatteva su’ criteri di valutazione. Un intenditore, gallerista e mercante fine ed autorevole quale fu Efrem Tavoni, una volta, a Vergato, propose un metodo suo che feci mio e riproposi in seguito: ogni giurato assegna un voto ad ogni opera per un determinato numero d’opere, all’insaputa dei colleghi e per iscritto. Poi si sommano i voti e si redige una prima graduatoria. Si ripete l’operazione e si restringe la selezione, poi dopo opportune verifiche si stila la graduatoria.

Con lui il sistema funzionava perché era persona autorevole, altre volte insorgevano difficoltà ma in genere il metodo dava giudizi equi. In una località della Valle dell’ldice, negli anni sessanta, un esperto locale aveva inventato un sistema complicato che valutava il soggetto, la pennellata, il disegno, il colore e altre cose, la cui somma avrebbe dovuto dare risultati certi, ma tutto finiva in una gran complicazione e fu abbandonato.
Tutto non sempre filava liscio e più volte vi furono contestazioni e pianti durante le premiazioni in presenza dei pittori, poi le giurie un po’ per lavorare senza l’assillo del tempo, un po’ por evitare il confronto diretto, comunicavano le graduatorie tempo dopo, ma si perdette uno degli aspetti tipici di questo genere di concorsi.

I trucchi non mancavano. Si raccontava d’accordi con pittori, per consegne di premi in danaro in buste vuote perché, capitava che si annunciassero premi che poi non arrivavano. Ci fu anche chi pagò di tasca propria, come quel segretario di un Concorso in un comune montano quando il sottoscritto pretese il pagamento della modesta somma pattuita quale critico in giuria. Ma il viaggio in auto gli era stato sfortunato; aveva preso una multa a Casalecchio e aveva rotto una gomma in una buca della strada sconnessa che menava al paese. Per dire: c’erano anche gli intoppi. Ma il pranzo, quello ci fu sempre e metteva a posto le cose.

Noi giovani critici ci sentivamo importanti e ci procuravamo amicizie. I pitto­ri a volte ci chiedevano pareri e da parte degli organizzatori c’era prestata attenzione e cortesie come quel posto d’onore ad una sfilata di carri allegorici. Poi c’erano i Premi-Acquisto d’Enti e Privati. Anche qui s’infilavano i furbi, che destinavano somme modeste per portarsi a casa un buon quadro fidando nella condiscendenza dell’artista che in compenso si prendeva un premio utile per il curriculum, ma ci furono artisti che preferirono tenersi l’opera e altri che in partenza rinunciavano a questi premi.

Oggi le estemporanee si tengono sempre meno, gli artisti “au plein air” sono diminuiti, così la proporzione rimane.
E si fa avanti il ricordo di quelle giornate di sole, di quegli appuntamenti, di quegli incontri, di quei viaggi e di quegli imprevisti, sorprese e nuove amicizie, di quei colleghi con cui condividevamo l’avventura, il Bertacchini pittore e critico, un’istituzione nel genere, la Lidia Bagnoli, giornalista e critica, il pit­tore e critico Contini, il critico e gallerista Romeo Forni, poi il pittore Galeotti, il poeta Tontodonati, tra i tanti.

Comunque andasse, tutto finiva lì e si ricominciava con un’altra estempora­nea e tanti buoni propositi, e si andava avanti con la grande spinta dell’arte, in suo essere imprevedibile, e la voglia di stare insieme. Poi vennero i tempi della critica filosofica, sociologica, “colta”, sempre marginalmente interessata alla storia artistica e ai problemi tecnici, sempre più scostante e meno comprensibile.
Ma questa sarebbe una passeggiata nel disappunto e non la facciamo.

Arrigo Grazia

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