XLVII Settembrata Abruzzese

XLVII SETTEMBRATA
ABRUZZESE

Volume Monografico
Settembre 2004

IL SODALIZIO POETICO-MUSICALE
DI G. TONTODONATI E G. DI PASQUALE

Conobbi Giuseppe Tontodonati dopo l’uscita del suo primo volume, Storie paesane Sonetti abruzzesi), stampato da Azzoguidi, Bologna, nel 1968, con una prefazione di Antonio Rinaldi, buon poeta italiano , che io trovavo nell’Antologia dei poeti italiani del-i ultimo secolo, Martello, Milano, 1963, curata da G. Ravegnani e G. Titta Rosa. Un libro di sonetti abruzzesi che si stampasse fuori d’Abruzzo, a Bologna, era cosa inconsueta in quegli anni, e più inconsueta per il fatto che dell’autore, che pure aveva superato il cinquantesimo anno (essendo nato a Scafa del comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore - allora in provincia di Chieti e dal 1927 in quella di Pescara - il 2 febbraio del 1917), quasi nessuno aveva sentito parlare. Dunque, c’era della legittima curiosità attorno a queste Storie paesane e al suo autore.Io recensii le Storie sulla rivista “Dimensioni”, nn. 1-2 genn.-apr.) 1969. La recensione fu poi raccol­ta in Operatori letterari abruzzesi (Itinerari, Lanciano, 1969) e figurerà alle pp. 493-5 di Canzoniere d’Abruzzo, il grosso volume edito da “La Regione”, Pescara, in cui saranno riuni­te, a cura di Vittoriano Esposito, tutti i sonetti e le rime di Tontodonati, in numero di circa quat­trocentocinquanta, nel 1986, un paio di anni prima che fosse stroncata l’esistenza dell’auto­re (il 6 gennaio 1989, a Bologna, dove aveva trascorso quasi tutta la vita ed era stato Presi­dente del Centro Internazionale delle Arti). V. Esposito curerà anche le Poesie inedite di G.T, postume (Regione Abruzzo, L’Aquila, 1993).

Nella recensione a Storie Paesane, che in “Dimensioni” seguiva quella a due raccolte di poeti dialettali abruzzesi i cui nomi non sto a richiamare dal sepolcro, in un unico discorso sotto il titolo di “Nuovi arrivi dialettali”, io dicevo, senza infingimenti, che rispetto ai due colleghi che lo precedevano come oggetto di discorso e che a me parevano troppo “pettina­ti” formalmente, un po’ arcadi e classicheg­gianti, il terzo, cioè Tontodonati, mi sembrava peccare “per eccesso di realtà”, e mi riaggan­ciavo, in certo senso, alle considerazioni del prefatore Rinaldi sul realismo del nostro che a volte era autentico, sostanziale (si faceva il nome, come fonte quasi obbligatoria, di Belli), a volte sembrava dirigersi verso un tipo “asso­lutamente linguistico”.

Ma debbo interrompere il discorso sulle qualità e singolarità della poesia senza altre specificazioni, affidata ai molti volumi di Tontodonati, tutti raccolti nel Canzoniere [altri miei ribadimenti e precisazioni su G.T. si tro­vano nella relazione Poesia e operatività dialettale nella provincia di Pescara in Pescara e la sua Provincia (ambiente-cultura-società), nv. “Abruzzo”, anni XXXII-XXXV, 1991-1997, alle pp. 719-720], per parlare di Tontodonati poeta melico, cioè autore di dieci canzoni abruzzesi da lui composte nel testo per la musica di Giuseppe Di Pasquale, il notissi­mo “Padre Donato”, musicista e musicologo, organizzatore e direttore di cori, come quello “Esperia” di Tocco da Casauria lungo gli anni Settanta del Novecento e del “Val Pescara”, con sede nel Convento “Stella Maris”, della Pineta di Pescara.

Anche qui, se mi fosse lecito affidarmi a un pezzo di colore, potrei ricordare un piccolo cenacolo che da Pescara aveva diramazione in Raiano, il mio Paese, dove a volte ci si ritrova­va insieme con Peppino Tontodonati e con suo cugino Sergio Masciarelli, appassionato del canto, socio del “Pro Musica Antiqua” di Chieti, che era il miglior agit-prop di Peppino, col pittore Nestore, con gli amici cantori delle “Serate canore agostane di Raiano, natural­mente con Padre Donato, che fu alto consulen­te di queste Serate, con l’incisore pescarese Vito Giovannelli che a un certo momento aveva il monopolio dell’illustrazione di tutto ciò che si stampava in Pescara e anche nei din­torni nell’ ambito della canzone cosiddetta folk­loristica. Io collaboravo da qualche anno (almeno dal 1975) con Padre Donato; Peppino si presentò a lui (secondo una testimonianza dello stesso Di Pasquale) nel 1978 perché gli musicasse la sua prima canzone che fu Nuvela d’ore.

Nel 1979 fu stampato presso l’editore Solfanelli di Chieti un magnifico libro d’arte in grande formato intitolato Canzoni abruzzesi. Erano dieci canzoni, di cui erano riportate musica e parola. Le musiche erano tutte di Giuseppe Di Pasquale; dei testi tre di Guido Giuliante, due miei; due di Tontodonati (appunto Nuvela d’ore e Lu vicchie muline); dei tre testi restanti uno era di Arturo Ursitti, l’altro di Don Natale Cavatassi e il terzo di Luigi Domrnarco. Ciascuna canzone era stata diffusa anche autonomamente, fornita com’era di una xilografia in frontespizio di Vito Giovannelli, attinente al contenuto della canzo­ne. La presentazione del compositore e degli autori del testo era mia. Da questo stralcio qualcosa che si riferiva alle due canzoni di Tontodonati: “... La prima canzone del musici­sta e del poeta segna forse un’ evoluzione nella struttura della canzone (a meno che non sia stato ripensato un modello dello Zimarino in tal senso): la strofa si giova di un testo poetico di quattro versi, mentre il “ritornello consiste in una clausola escla­mativa”, è più che altro una piccola coda in funzione di rifinitura. (...) Lu vicchie muline..., rispetta invece la struttura tradizionale della nostra can­zone, in cui ogni strofa è generalmen­te impiegata a de­scrivere e narrare, mentre il ritornello monta a una evocazione più frontale in presa diretta con l’oggetto. Il vecchio mulino, erede di una civiltà e di una poesia “contadi­ne”, si fa macinatore, oltre che del grano,di “amore ed allegria”. Come sempre, il Di Pasquale sa accogliere con gusto i suggerimen­ti e gli stimoli del testo”.

Come accade per i suoi libri, Tontodonati vuole estinguere subito la sua sete patita in lontananza dalla regione natia e, una volta trovato il ricettore delle sue parole in Padre Donato, che darà ad esse i modi musicali propri, si appella a lui ed affettuosamente lo tormenta fino a che sgorghino dalla collaborazione altre melodie. Così il figliuolo di Peppino, Raffaello, mi favorisce la visione di dieci testi per canzoni che nel giro di tre o quattro anni -grosso modo dal 1978 all’81 -sono stati non solo musicati da Padre Donato, ma eseguiti dal Coro “Val Pescara” da lui diretto e registrati in cassetta, con questo ordine: 1- Nuvela d’ore; 2 - Sand’Ufemie a Majelle ; 3 - Lu vicchie muline; 4 - L’ucchie de l’amore; 5 -Serramunacesche; 6 - Lu mare sta murenne; 7- Ruselle de fratte; 8 - La feste de lu vine; 9 -Spiaggia curzare; 10 - Sa’ Mmalindine (San Valentino).

Giuseppe Tontodonati si avviava a raccogliere queste dieci canzoni, e magari aggiun­gerne altre (per Padre Donato aveva scritto testi anche per musica sacra), in bel volume, con Parole e musica, allorché scomparve. Padre Donato, dopo due anni dalla sua dipartita, aveva preparato una prefazione perché sembra­va che fosse ripresa l’idea di questo volume. Anche per chi scrive successe una medesima vicenda. Il musicista stava mettendo insieme le quattordici canzoni abruzzesi e scene, frutto della collaborazione tra lui e me. Non fece a tempo. Il Presidente della Settembrata Abruzzese di Pescara, Antonio de Laurentiis, ed io prendemmo in mano il fascicolo in pre­parazione, provvedemmo alla stampa delle musiche, e licenziammo il libro 14 Canzoni abruzzesi di Giannangeli e Giuseppe Di Pasquale nato a Pietranico, Pe, il 6 settembre 1932, spentosi a Pescara il 14 febbraio 1998) prima che finisse l’anno che aveva visto la scomparsa del musicista.

Così possa accadere anche di un libro 10 Canti della Val Pescara di Giuseppe Tontodonati e Giuseppe Di Pasquale, anche se con ritardo giustificato.

OTTAVIANO GIANNANGELI- Agosto2004