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Marcello Maria de Giovanni

  Vocabolarietto dell’uso abruzzese (Coinè dialettale pescarese)

INTRODUZIONE di Marcello Maria de Giovanni (2004)

Questo Vocabolarietto dell’uso abruzzese (Coinè dialettale pescarese) è tratto dall’opera poetica di Giuseppe Tontodonati, contenuta nell’edizione integrale del Canzoniere d’Abruzzo. Sonetti ed ci/tre rime, Editrice “La Regione”, Pescara 1986, accolto nella Collana “Poeti d’Abruzzo” dell’istituto Dialettologico d’Abruzzo e Molise dell’Università degli Studi dell’Aquila, già diretta da Giovanni Pischedda e Vittoriano Esposito. Nella prefazione alla silloge “Storie Paesane” del 1968, Antonio Rinaldi ha giustamente osservato: “Tontodonati, nato a Scafa, ma cresciuto assai presto fuori, sembra posseduto, anche da lontano, a Bologna, dove vive e lavora, dal genio delle sue origini. Certo, per chi lo conosce, possiede il calore e la pazienza dell’artigiano che quel genio riesce ancora a trattenere presso di se.

La lontananza alimenta costantemente e acuisce i sentimenti e la determinazione del Poeta di riappropriarsi di un mondo. di un ambiente, di un tempo passato e di partecipare al tempo presente della terra natìa, che gli urgono nelle vene e nel verso ed Egli avverte nell’intimo del suo “essere” e del suo “sentire”. E questa una pulsione che appare evidente qua e là e soprattutto nei versi dedicati alla famiglia, d’antico ceppo abruzzese (cfr. C, LXIII, p. 81), e al paese natale (C, Le Scafe, pp. 105-107), che ci sembra pertinente ripropone qui di séguito:  

    Pàtreme za Zufije zi Raniere
Mio padre zia Sofia zio Ranieri
zijem ‘Andònie e zijje Favustìne,
mio zio Antonio e zio Faustino,
fu la prima bbrehàte de na schiere
fu la prima brigata di una schiera
nat’alle Scafe sotte Sa’ Mmaldìne.
nata a Scafa sotto San Valentino.
  

Nghe zi Bernarde, da seconde, c ‘ère
Con zio Bernardo, da secondo, c’erano
zi Grazie zi Calo gge e za Ritine,
zia Grazia zio Calogero e zia Ritina
za Lucije, la bella capine re,
zia Lucia, la bella capinera.
fu lu splendore de nonne Pippìne.
fu lo splendore di nonno Peppino.
    

Zi Fitirìche fu lu terze fi/le,
Zio Federico fu il terzo figlio.
e za Mitilde fu la quarta nate
e zia Matilde fu la quarta nata
de tutte sta prulìfèca famìjje.
di tutta questa prolifica famiglia.
 

Stu trèdec-i-addavère furtunate,
Questo tredici davvero fortunato,
gne nnu ggiujeli ‘à messe za Martjje
come un gioiello ha messo zia Maria
appit’a ttutte a sti Tuntedunate.
alla fine di tutti questi Tontodonati.
 

2°) Marulle tocche l’arche de lu cele
Marulli tocca l’arco del cielo
e ss’ arimire ‘m bacce a Colle Ranne..,
e si rimira di fronte a Colle Grande...
Tascune, sembr’ alloche da cend’ anne,
Tascone, sempre lì da cent’anni,
ji pare ca li Ripe l’arebbele.
crede che le Ripe debbano sommergerlo.
 

 

 

11°) - Da Fior de Magge nasscì la tetane
Da Fior di Maggio *nàcque il titano
che rregge l’armunìjje de ‘sta valle.
che regge l’armonia di questa valle.
L’acque e la vende, sulle curve spalle,
L’acqua e il vento, sulle curve spalle,
scave’ le rughe e ppròveche’ le frane.
scavano le rughe e provocano le frane.
   


15°) - Na piazze... poche ruve... da nu late
Una piazza.. .poche vie.. .da un lato
la cchjise nghe nu ciche cambanile...
la chiesa con un piccolo campanile...
case fatte de prete, senza stile..:
case fatte di pietra. senza stile..:
È qqaèste la pahèse addò so’ nate..!
È questo il paese dove sono nato..!
(§Si riferisce a Turrivalignani.)
 

 

Così ancorata alla cultura antropologica della terra d'Abruzzo, la poesia del Tontodonati riflette echi e richiami ancestrali e raggiunge spesso toni epico-lirici di lapidaria efficacia nella contemplazione estatica e timorosa della natura, nell'osservazione attenta e nell'arguta quanto realistica rappresentazione della psicologia paesana, nell'espressione di un sentimento consapevole e pensoso del tempo che tutto pervade e nasce da una risoluta coscienza storica.

Non v’è dubbio che il Tontodonati sia una voce autorevole e rappresentativa della poesia vernacola abruzzese del secondo Novecento e, in particolare, di quegli autori capaci di restituire con realismo lirico e naturale dialettalità, permeati di spontaneo e scntenzioso fenomenismo popolare, le manifestazioni più autentiche dell’ anima dell’Abruzzo.
La fedeltà ai modelli d’ispirazione spinge il Tontodonati verso una scelta ben precisa del registro dialettale e ad intervenire perfino sulla stia scrittura.
Le originarie parlate di Scafa e San Valentino in Abruzzo Citeriore, comuni appartenenti alla provincia di Pescara, se si considerano nella loro varietà dialettale marcata, appartengono all’abruzzese orientale adriatico della sezione settentrionale intermedia , a sua volta inserita nel vasto sistema dialettale centro-meridionale, che si estende dall’Umbria e dalle Marche centrali fino alla Sicilia. Il registro dialettale adottato dal Tontodonati è però quello della coinè pescarese (e chietina), la varietà d’uso più generalizzata, che si è sviluppata nella seconda metà del secolo scorso nell’area metropolitana di Chieti-Pescara ed è a fondamento sia dell’attuale registro intermedio dell’italiano regionale che ~ registro dialettale regionale abruzzese propriamente detto ~. È una scelta realistica e di valore documentario, essendo pienamente rispondente all’effettiva situazione linguistica locale, che talvolta l’Autore non controlla appieno specialmente quando abusa o potrebbe fare a meno del prestito dalla lingua italiana, come avviene ad esempio nell’efficace terzina del sonetto CIII (C: 127):

Chi nasce e ccrèssce a mmon d’a lu tratture
Chi nasce e cresce a monte del tratturo
è méjje che rrestèsse pecarare
è meglio che resti pecoraio
 

Cfr. M. DE GIOVANNI, Studi linguistici, vol. I, Verona 1974, p. 24 sgg.; Id., Studi linguistici, voi. Il, Pescara 1995, p. 164 sgg.; Id., Per la storia linguistica di Pescara e della sua provincia, in “Pescara e la sua provincia (ambiente-cultura-società)”, in “Abruzzo”, rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesì, aa. XXXII-XXXV (1994-1997), pp. 341-374. L’unico elemento dialettale marcato, estraneo alla suddetta coinè, che ha tutto l’aspetto dell’excusatio reverentiae è l’avverbio mu ‘ora, adesso’ del dialetto di Guardiagrele di Modesto Della Porta.
e sse gudèsse, ‘m bàce, la nature..! -
e si goda, in pace, la natura..! -

 dove nella scelta stilistica tra ‘restare’ e ‘rimanere’ il secondo verbo gode di maggiore dialettalità e quindi al posto di rrestèsse era più appropriato armanèsse.
Nella grafia il Tontodonati irrompe con una “scrittura parlata”, come è stata poeticamente definita dal Rosato nella prefazione al Dommasè, che ha suscitato qualche giustificato dissenso ma ha avuto anche il merito di rinnovare la riflessione sull’eterno problema della scrittura del dialetto, che difetta di una tradizione univoca e coerente capace di tradurre un’oralità con specifiche e molto diversificate caratteristiche. La proposta di Tontodonati è so­stanzialmente un tentativo di utilizzare l’alfabeto storico della lingua comune per rappresentare il continuum e alcune peculiarità fonetiche del parlato, che però dà adito a non pochi equivoci e incoerenze. La loro soluzione deve poggiare su un equilibrato buon senso e su una competenza tecnica, che non stravolgano le convenzioni grammaticali consolidatesi nella coscienza linguistica. Nell’edizione stessa del Canzoniere d’Abruzzo si è avvertita l’esigenza di apportare modifiche a non poche proposte grafiche di problemi fonosintattici, adottate nelle precedenti edizioni delle raccolte lì contenute, accogliendo con molta probabilità le osservazioni di qualche critico come Ottaviano Giannangeli, preoccupato dell’eccesso di realtà e della necessità. nella trascrizione, di “trasmettersi agli altri decentemente” (4) Ma anche nel Canzoniere la spinosa questione non ha ricevuto una soddisfacente sistemazione.
Infatti, tenendo conto delle precedenti considerazioni che qui non hanno spazio di essere esaustivamente illustrate e approfondite, in questo Vocabolarietto dell’uso abruzzese , estratto dalla sua opera poetica, siamo intervenuti sia nella grafia dei lemmi sia nei brani poetici di contesto delle voci spiegate.
Per la verità, almeno i testi dei migliori rappresentanti della nostra letteratura dialettale avrebbero bisogno dell’edizione critica.

 

(4) Cfr la sua recensione a Storie paesane in “Operatori letterari abruzzesi”
- Saggi - I - 1a edizione: dicembre 1969, Editrice Itinerari, Lanciano.
che non è impresa facile da condurre a termine in assenza delle dovute competenze e del necessario supporto finanziario degli enti locali. E tra le espressioni della cultura letteraria regionale, che siano meritevoli di attenzione, riteniamo occupi un posto anche la produzione poetica di Giuseppe Tontodonati.
Per questi motivi non si può non essere grati al Sindaco Luigi Sansovini, all’Assessore Doriana D’Alimonte D’Attilio e a tutta l’Amministrazione Comunale di Scafa, i quali sostenendo con speciale sensibilità questa pur parziale iniziativa di valorizzazione dell’opera di un illustre concittadino hanno reso un indubbio servigio alla cultura della loro comunità e dell’intera regione Abruzzo.

Prof. Marcello Maria de Giovanni Docente di Linguistica italiana alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi "G. D'Annunzio". 

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XLVII  SETTEMBRATA  ABRUZZESE

Volume Monografico - Settembre 2004

 

 

GIUSEPPE  TONTODONATI

 

VOCABOLARIETTO DELL’USO ABRUZZESE

(Coinè dialettale pescarese)

 

a cura e con introduzione di

Marcello Maria de Giovanni

 

 

NOTA INTRODUTTIVA

 

Nel febbraio 2004, su proposta di Raffaello Tontodonati, figlio del Poeta, il Comune di Scafa ha pubblicato il Vocabolarietto dell’uso abruzzese (Coinè dialettale pescarese), che è apparso nel n. 18 della prestigiosa collana “Quaderni di ABRUZZO” dell’ Istituto di Studi Abruzzesi,

Com’è stato sottolineato nelle prefazioni e negli interventi di presentazione dell’opera del 26 marzo u.s. da parte del Sindaco Luigi Sansovini, dell’Assessore alla Cultura Doriana D’Alimonte D’Attilio e del sottoscritto, l’iniziativa ha inteso restituire alla comunità non solo la verità anagra­fica sulle origini di Giuseppe Tontodonati, registrato alla nascita nel comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore nel 1917, quando Scafa era frazione di quel comune, ma soprattutto la testimo­nianza d’impegno culturale di un illustre concittadino, trasferitosi a Bologna e rimasto fortemente legato al paese natio, che ha voluto cantare con versi di particolare efficacia. Non a caso la tiratura del volumetto è stata quasi totalmente destinata alle famiglie di Scafa e ciò costituisce un raro e lode­vole esempio di sensibilità degli amministratori in tema di promozione culturale e di correttezza gestionale della cosa pubblica.

È stato detto, però, che Giuseppe Tontodonati è una delle espressioni della cultura regionale degna di attenzione, anche perché - tra l’altro - si offre come documento di quel registro dialettale della coinè pescarese-chietina, sviluppatosi nell’uso fin dalla seconda metà del secolo scorso e tut­tora operante, che rappresenta la varietà regionale più generalizzata dell’attuale dialetto abruzzese propriamente detto. Il Vocabolarietto merita certamente una divulgazione extra moenia, essendo d’innegabile utilità sia agli amanti del dialetto sia ai giovani, che perdono sempre più la competen­za attiva del vernacolo.

Per i vari motivi su esposti e col pieno consenso di tutti coloro che a vano titolo hanno con­tribuito alla realizzazione dell’opera, l’Associazione Settembrata Abruzzese, ripubblicando nel suo volume annuale il citato Vocabolarietto, intende dare un contributo alla sua divulgazione presso gli Enti e i privati, siano essi soci o simpatizzanti o semplici lettori, che dentro e fuori del territorio regionale seguono il rendiconto delle attività culturali del nostro sodalizio.

 

M.M. de G.

 

 

 

ABBREVIAZIONI

a.         = attivo - agg. = aggettivo - americ. = americanismo - avv. = avverbio, avverbiale - C = Canzoniere d ‘Abruzzo - cfr. = confronta - cong. congiunzione - dial. = dialettale - dim. = dimostrativo - dimin. = diminuitivo - ecc. = eccetera -esci. = esclamazione - f. = femminile - fig. = figurato - ger. = gerundio - gerg. = gergale - it. = italiano - iterat. = ite­rativo - i. = leggi - iocuz. = locuzione avverbiale - m. = maschile - mod. = modale n. = neutro - npr. = nome persona­le - part. pass. = participio passato - pers. = personale - pi. = plurale - prep. = preposizione - pron. = pronome - pro­priam. = propriamente - dl. = riflessivo - s. = sostantivo - sim. = simili - sing. singolare - temp. = temporale - v. = verbo, vedi - voc. = vocativo - voig. = volgare

 

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SAN PIETRO CELESTINO NELLA CRONACA DEL SUO TEMPO E NEI VERSI MEMORIALI DI GIUSEPPE TONTODONATI
 
di Marcello M. de Giovanni
introduzione al volume "Sam Bbietre Céle" di G. Tontodonati - (2007) Ediz. Assoc.Cult. La Panarda di Rosciano (PE)
 
Si legge in un antico manoscritto, conservato a Isernia, che al tempo dell'episcopato di Darius Aesernensis civis (1208-1222), nacque nel 1215 Pietro Celestino da Angelerio de Angeleriis e da Maria de Leone. All'età di sedici anni entrò come novizio nel monastero benedettino di S. Maria in Faifoli, nei pressi dell'attuale Montàgano, in provincia di Campobasso, che all'epoca era un'insigne abbazia della diocesi di Benevento. Desideroso di vita eremitica, si staccò dal convento nel 1235 e dopo un breve soggiorno sulla montagna di Castel di Sangro, raggiunse la terra di Palena e il Monte Palleno (ora Monte Porrara), nel massiccio della Maiella, dove visse in penitenza per tre anni.
Recatosi a Roma nel 1238, fu consacrato sacerdote nel 1239, e nell'autunno del 1241 partì in direzione di Sulmona, attratto dal modello eremitico di Flaviano da Fossa Nova, che alcuni anni prima aveva vissuto in penitenza sul Morrone. Qui, sul versante peligno di questo monte, tra il sovrastante eremo di S. Onofrio e la cosiddetta sottostante Villa di Ovidio, gli fu indicato il luogo abitato da Fra' Flaviano da Fossa Nova e si pub dire che qui venne messo in pratica il suo ideale eremitico.
Di qui Pietro da Morrone si mosse alla ricerca di un luogo più aspro e selvaggio, frequentando le balze morronesi e magellensi della Valle di Caramanico che a partire dalle sorgenti dell'Orte, sotto il Passo di S. Leonardo nei pressi di Roccacaramanico, il fiume scava profondamente fino alla Valle dell'Aterno-Pescara. Nel frattempo cresceva la fama di questo anacoreta che ogni mattina celebrava messa sul Morrone, cresceva il numero dei discepoli e andava formandosi una piccola comunità.
Nella primavera del 1246, desideroso di un luogo più appartato e tranquillo del rifugio morronese, si diresse verso la Maiella, la mitica montagna celebre per antica tradizione cenobitica. E qui, in un'orrida valle (ora Vallone di S. Spirito) sopra Roccamorice, trovò rifugio in una spelonca e si dedicò alla bonifica del luogo. Mentre aumentava la comunità dei "Fratelli dello Spirito Santo", era incessante il concorso dei fedeli, cresceva anche la fama dell'infaticabile opera di Pietro 1'eremita.
Dalla prima grotta del Morrone erano germogliate la chiesa di S. Maria e nei dintorni le chiese di S. Giovanni, S. Croce e S. Onofrio; dalla grotta della Maiella erano sorti il monastero di Santo Spirito, di S. Bartolomeo de Legio e gli oratorii di S. Giovanni all'Orfente e di S. Giorgio di Roccamorice. Nel 1248 le fondazioni di Pietro da Morrone ricevettero indulgenze e privilegi da Innocenzo IV e numerose donazioni da parte di laici, che accreditarono di molto I'autorità del nucleo monastico facente capo a S. Spirito a Maiella. In seguito giunsero provvedimenti di riconoscimento nel 1263 da parte di Urbano IV e nel 1268 da Clemente IV, che culminarono nella Bolla di confermazione dell'Ordine del 21 marzo 1274, emanata dal papa Gregorio X a Lione, dove Pietro si era risolutamente recato, in occasione dell'apertura del Concilio Ecumenico Lionese II.
Sulla via del ritorno alla Maiella, durante la sosta alle soglie dell'Aquila, narra la leggenda che fosse esortato in sogno dalla Vergine ad erigere la grande abbazia di S. Maria di Collemaggio, che sarà solennemente inaugurata nell'agosto del 1288.
Nel 1276, sollecitato dall'arcivescovo di Benevento che gliene conferì l'autorità abbaziale, Pietro si dedicò al risanamento morale e materiale del monastero di S. Maria in Faifoli e più tardi, nel 1279, si portò alle falde del Gargano a riattivare I'abbandonato monastero di S. Giovanni in Piano. La congregazione di Pietro del Morrone si era ormai estesa tra Abruzzo, Lazio, Campania e Puglia con oltre una quarantina di edificazioni tra edicole, rifugi, oratori, monasteri e abbazie, dove si reclamava la presenza dell'autorevole priore. Ormai sessantottenne, avvertiva forte il richiamo del ritiro eremitico e in uno dei suoi tanti viaggi, intorno al 1280, tornò anche a Roma dove aveva acquistato fama di taumaturgo.
Nel frattempo l'Italia era dilaniata dai contrasti tra guelfi e ghibellini al centro e al nord, la rivolta dei Vespri siciliani del 1282 aveva avviato nel sud gli scontri tra gli Angioini e gli Aragonesi, la presenza cristiana in Terra Santa e il sogno delle Crociate si erano infranti nella caduta di Tolemaide. Dopo un periodo piuttosto fallimentare per il prestigio della Chiesa, tra l'altro compromesso anche dalle lotte interne della Curia, l'amareggiato e deluso papa Niccolò IV si spegneva nell'aprile del 1292.
Durante il quarto Capitolo generale dell'Ordine del giugno 1293, dopo aver discusso il trasferimento della casa madre da S. Spirito alla Maiella a S. Spirito del Morrone, Pietro annunziò il proposito di ritirarsi nella grotta di S. Onofrio in compagnia del giovane e fedele pupillo Roberto di Salle. Ma anche questo aspro romitorio, dopo i primi quattro mesi d'isolamento penitenziale, divenne presto meta di ininterrotti pellegrinaggi. Vi si recò nell'aprile del 1294 anche Carlo II lo Zoppo, il re angioino, che sulla scia del predecessore Carlo I fu prodigo di aiuti e concessioni in favore di Pietro e dei suoi frati.
Il 5 luglio del 1294, dopo ventisette mesi di lunghe e aspre contese tra i cardinali del Sacro Collegio, il Concistoro di Perugia elesse al soglio pontificio il settantanovenne anacoreta Pietro da Morrone. Partito da S. Spirito del Morrone il 25 luglio, il corteo papale giunse dopo due giorni all'Abbazia di Collemaggio, dove il 29 agosto ebbe luogo la solenne incoronazione e I'assunzione del nome di Celestino V. A distanza di un mese emanò la "bolla della perdonanza", tuttora conservata all'Aquila.
Trasferitosi a Napoli, dove giunse il 5 novembre, e ospitato in Castelnuovo, il 13 dicembre papa Celestino rinunciò alla tiara. La vigilia di Natale del 1294 Benedetto Caetani veniva eletto al soglio pontificio e incoronato a Roma il 5 gennaio 1295 col nome di Bonifacio VIII.
Il desiderio di Celestino,di tornare al Morrone non fu esaudito, ma alcuni fedeli seguaci organizzarono la sua fuga dall'Abbazia di Montecassino, dovera stato ospitato dall'Abate Angelario dopo l'incoronazione di Bonifacio. Raggiunto nell'eremo di S. Onofrio del Morrone dal camerlengo Teodorico d'Orvieto, incaricato di riportarlo ad Anagni, Celestino era fuggito e per due mesi si rifugiò tra i monti dell'Abruzzo. Emissari di Bonifacio VIII e del re di Napoli perseguitavano i morronesi, gli spirituali di Angelo Clareno che papa Celestino, nonostante le forti resistenze, aveva benevolmente considerato tra le congregazioni monastiche, ma soprattutto ricercavano alacremente lui, preoccupati della strumentalizzazione della sua persona e della sua posizione che le manovre dei Colonna e del re di Francia avrebbero potuto attuare. In particolare Bonifacio VIII soffriva il carisma e la devozione popolare, che circondava 1'eremita del Morrone.
Alla fine di aprile del 1295, a Vieste nel Gargano, fu catturato dalle truppe di re Carlo mentre attendeva di imbarcarsi per la Grecia. Il suo trasferimento a Capua non passò sotto silenzio: si era sparsa la voce della sua cattura. Il popolo accorreva da ogni angolo e il gruppo fu costretto a viaggiar di notte. A metà maggio fu portato nel palazzo papale di Anagni e dopo poco più di un paio di mesi di inutile isolamento rinchiuso nella Rocca di Fumone intorno alla metà di luglio.
La sua morte, avvenuta il 19 maggio 1296, è avvolta nel mistero. Ne furono tramandate due versioni: quella ufficiale vuole che il 13 maggio Pietro Celestino, assalito da febbre, richiedesse l'olio santo e dopo sei giorni di agonia spirasse; l'altra avvalora l'ipotesi dell'assassinio per mezzo di un chiodo conficcatogli nel cranio, durante il sonno. Il dubbio non è stato sciolto dagli esami condotti sulle sue spoglie, conservate nella cappella di S. Maria di Collemaggio, dalla commissione di esperti nel 1888 e dal direttore dell'ospedale neuropsichiatrico di Collemaggio negli anni Settanta del Novecento.
Il corpo di Pietro Celestino fu sepolto nel monastero di S.Antonio di Ferentino, dove si svolsero i solenni funerali ordinati da Bonifacio VIII.
A diciassette anni dalla morte, il 5 maggio 1313, 1'eremita del Morrone fu canonizzato dal primo papa avignonese Clemente V, salito al trono pontificio nel 1305, dopo la morte di BenedettoXI del luglio 1304 e succeduto a Bonifacio VIII morto nell'ottobre del 1303.
Nel 1327, durante la guerra scoppiata tra Anagni e Ferentino, la salma di Pietro Celestino fu trafugata e trasportata nell'Abbazia di Collemaggio. L’Aquila e l’Abbazia subirono il saccheggio dalle truppe di Carlo V nel 1529 e le spoglie del santo, ritrovate in un angolo della basilica, furono ricomposte nell'urna. Più di recente, nell'aprile del 1988, il corpo fu trafugato e ritrovato nel cimitero di Roccapassa, frazione di Amatrice.
Quella di Pietro da Morrone fu una testimonianza carismatica e una delle espressioni più significative e rivoluzionarie della religiosità medioevale. Il suo messaggio di spiritualità trascende l'esperienza culturale e la contingenza storica del suo tempo e assume valenza di carattere universale nei confronti della natura, della formazione e del progresso della coscienza dell'umanità: la vita dell'uomo non può che essere fondata sulla pratica dei valori dello spirito, perchè soltanto la spiritualità può dare linfa vitale e finalità alla materia. Perciò la rigorosa pratica personale di vita consacrata al servizio dei valori religiosi e spirituali (perseguita anche dagli ordini mendicanti del suo tempo), la fede nell'instaurazione del regno salvifico dello Spirito (vaticinata già da Gioacchino da Fiore) fecero sì che la spiritualità celestiniana si imponesse alla coscienza religiosa contemporanea, incidesse sulla potestà apostolica romana, promuovesse una rinascita del monachesimo benedettino in Italia e in Europa, attraverso 1'espansione e la diffusione dell'ideale eremitico e penitenziale, del misticismo e dei modelli cenobitici celestiniani, forgiatisi tra le balze della Maiella e del Morrone. La vicenda terrena di Pietro Celestino è emblematica del dramma ideologico individuale, che 1'eterno conflitto tra spirito e materia, tra utopia e potere possono procurare quando siano calati nella realtà della vita e nell'esercizio concreto della responsabilità.
Sono noti i giudizi espressi sul suo comportamento: da quello di Dante (che pare fosse presente all'incoronazione di Collemaggio), che una tradizione interpretativa identifica in colui che fece "per viltade il gran rifiuto", a quello siloniano, che ne L'avventura di un povero cristiano (1968) lo interpreta non come un atto di debolezza ma una scelta coraggiosa, confermata dall'atteggiamento, tutt’altro che rinunciatario, assunto dopo l'abdicazione di "non arrendersi alla persecuzione" e che quindi da vinto lo trasforma in vincitore; e infine a quello di Paolo VI che ribadisce la consapevolezza di una scelta di grande umiltà per il bene della Chiesa, dettata dal riconoscimento della personale incapacità di conciliare la necessaria determinazione nell'esercizio del governo temporale con le esigenze della pratica contemplativa.
Tontodonati non solleva nè affronta problemi d'interpretazione della complessa esperienza di Pietro Celestino: il suo interesse non si discosta dalla cronaca e tende piuttosto a tramandare con la sua poesia l'impronta profonda del suo esempio di santità come un riflesso della sacralità dei luoghi e della genuina religiosità popolare, come una componente sublime e alternativa che convive accanto a quella fin troppo cruda, istintiva e realistica della complessiva identità regionale.
Nelle pagine seguenti, perciò, oltre le puntuali considerazioni e indicazioni fornite dal precedente intervento del prof.Umberto Russo, sono stati disposti in logica successione i testi ritenuti pertinenti all'illustrazione dei principali luoghi frequentati da Pietro Celestino, anche quando non recano esplicito riferimento al personaggio, quelli che si riferiscono alla sua vita, e infine quelli riguardanti i comportamenti, le vicende, la memoria e l'immaginario collettivo nei confronti dell'eredita materiale e spirituale lasciata dal santo eremita, che Tontodonati ha voluto fissare nella sua opera poetica.
Si tratta di trentadue testi, che abbiamo rivisitato sotto il profilo ortografico e grammaticale con l'aggiunta di un sobrio ed essenziale corredo di note esplicative, allo scopo di favorire i non abruzzesi nella comprensione delle espressioni dialettali più marcate.
Per quanto concerne le nostre impressioni sull'opera poetica di Tontodonati e le nostre osservazioni sulle sue caratteristiche grafiche non            è il caso di ripetere qui quanto scrivemmo nell'introduzione (pagg. 5-12) al Vocabolarietto dell'uso abruzzese (Coinè dialettale pescarese) tratto dal "Canzoniere d’Abruzzo" di G. Tontodonati, in "Quademi di ABRUZZO" n. 18 dell'Istituto di Studi Abruzzesi n. 18, Pescara 2004, pubblicato dall'Amministrazione Comunale di Scafa. Qui ci limitiamo a segnalare i titoli dei componimenti e le opere del Tontodonati, dalle quali sono stati tratti i testi. Si tratta perlopiù di sonetti in versi endecasillabi ad esclusione delle
ultime tre strofe saffiche (XXXII), raccolti nelle pagine successive, ai quali abbiamo assegnato una numerazione autonoma e funzionale a questa specifica silloge:
 
 
ABBREVIAZIONI    
CdA = Canzoniere d’Abruzzo. Sonetti ed altre rime, in "Collana di Poeti Dialettali", diretta da
G. Pischedda e V. Esposito n. 6, Istituto Dialettologico d’Abruzzo e Molise dell'Università degli Studi dell'Aquila, Editrice "La Regione", Pescara 1986;  
PinPoesie inedite di Giuseppe Tontodonati, in "Collana di studi abruzzesi" nuova serie n. 16
della Regione Abruzzo, Pescara 1993
 
 
I           -             XXXIX ex CdA: p. 273                       
II         -             Lu ggiahànde italeche LXXIX ibidem: p. 315
III        -             Gna da Tremmunde LXXXVI ibidem: p. 322            fv        
IV        -             Scagnane LXXV ibidem: p. 311
V        -             Sam Petre Cele XCIV ibidem: p. 330 
VI       -             San Clemente a Casaurie LXXXVII ibidem: p. 323
VII       -            CLV ibidem: p. 184
VIII     -            CLVI ibidem: p. 185
IX        -            CLVII ibidem: p. 186
X         -            La fonde de le Piane! LXXIII ibidem: p. 309
XI        -          Da Salle morte LXMII ibidem: p. 314
XII       -          San Tumasse da Caramàneche LXXVII ibidem: p. 313
XIII     -            Gerusalemme XCVII ibidem: P. 333
XIIV    -            Collemagge XCVI ibidem: p. 332
XV      -            Oho ... L’Aquele XCVIII ibidem: p. 334
XVI     -            Cummènde d'Ocre ex Pin: p. 70
XVII    -            Roccamurìce LXXIV ex CdA: p. 310           
XVIII -            Storie de Cilistine XCIX ibidem: p. 335
XIX     -            CCV ibidem: p. 457
XX      -            CLX ibidem: p. 189
XXI     -            CLXI ibidem: p. 190
XXII    -            CMIII ibidem: p. 202
XXIII -            CLXXIV ibidem: p. 203     
XXIV -            CLXXV ibidem: p. 204
XXV    -            CLXXVI ibidem: p. 205     
XXVI -            CLXXVII ibidem: p. 206     
XXVII -            CLXXVIII ibidem: p. 207     
XXVIII -            CCVII ibidem: p. 459
XXIX  -            CCII ibidem: p.454
XXX    -            Don Chiavirine CCXII ibidem: p. 464 
XXXI -            CCIII ibidem: p. 455
XXXII -            Li ggiahànde de prète IV 21° ex Pin: p. 127 Li ggiahande de prète fV 22° ex Pin: p. 127 - Li ggiahande de prète III 23 ° ex Pin: p. 126



 

 

 

 

 

14°) - A mmezza strade pe’ la Pianapucce,
A metà strada verso Pianapuccia.
stace nafile di ciprisse nere...:
ci sta un filare di cipressi neri...:
dendr’ alli mure de ‘stu cemetere
dentro le mura di questo cimitero
serene dorme nonne a nu canducce.
sereno dorme nonno in un cantuccio.

 

13°) - Da Turre, da Dalanne a Sa’ Mmaldine,
Da Turri§, da Alanno e San Valentino.
tra nu cresce de vite e dde candane,
tra un crescere (= rigoglìo) di viti e di massi,
è ddolg-i-aresendì la vjicchie core
è dolce riascoltare il vecchio coro
che ‘ndòne’ la Pescare e lu Lavine.
che intonano la Pescara e il Lavino.

 

12°) - E ‘sta cuntrade, care a Ggiove Ammone,
E questa contrada, cara a Giove Ammone.
panecàte de cèrche e dde làvore,
ricoperta di querce e di lauri,
cunzerve la segrete nghe la lune
(* Si tratta della Maiella.)
conserva il segreto con la luna
dendr’ alla specchi e de Fonda Limone.
dentro lo specchio di Fonte Limone.

 

10°) - P’avé’ la bbelle senza li cuturne
Per avere la bella senza i calzerotti
che da mill ‘anne j’ arepose accande,
che da mille anni gli riposa accanto,
Marrone, nghe la schine da ggiahande
Morrone, con la schiena da gigante
de prete, s ‘addarmì ‘m bracce a Ssatarne.
di pietra, s’addormentò in braccio a Saturno.
 

 

9°) - E cchi partì e sse nejì lundane
E colui che partì e se ne andò lontano
da ‘sta terra matrigne e dda ‘sti ville,
da questa terra matngna e da questi villaggi.
se partì ‘mb resse dendr’ a le papille
(si) portò impresso dentro alle pupille
lu fuculare addò crisscì quatrane.
il focolare dove crebbe ragazzo.

 

7°) - E qquande fu fuggiasche pilligrine
E quando il fuggiasco pellegrino
passì raminghe ‘m mezz’ a ‘sta vallate,
passò ramengo in mezzo a questa vallata,
c-i-aretruvì la pàtrie abbandunate
ci ritrovò la patria abbandonata
e sse curò li piahe a lu Lavine.
e si curò le piaghe al Lavino.


8°) - Da ‘sta ceppe annestàte ‘sscì nudose
Da questo ceppo innestato uscì nodosa
na razze, gne lu tronghe de la cerre
una razza, come il tronco del cerro
ch ‘affonne le radice pe’la terre,
che affonda le radici nella terra.
d’ùmmene furte e dde fiurende spose.
di uomini forti e di fiorenti spose.

 

6°) - Lu vicchie bbarcarole de fa Serre,
Il vecchio barcaiolo della Serra.
che nghe na scafe trahettò ‘ste sponde,
che con una barca traghettò queste sponde,
da rre Ggiacchine a gna s ‘aprì la ponde,
da re Gioacchino come fu aperto il ponte
de nome Scafe bbattizzì ‘sta terre...
di nome Scafa battezzò questa terra.
.

 

5°) - «Lavinum» fu la fonte..! La Pescare,
«Lavinum» fu la fonte..! La Pescara.
addò le strade sparte le culline,
dove le strade dividono le colline,
spose sta fiume verde cristalline
sposa questo fiume verde cristallino
e scapp’ abbàlle apperdes’ sllu mare.
e fugge a valle per perdersi nel mare.

 

4°) - La Bbionde, la Curducce, lu Pelate,
La Biondi, la Corduccia, il Pelato.
la Sorde, Pacchiarotte, li Frichine,
la Sorda, Pacchiarotto, i Frichini,
Gialluche, Zicrinzìtte e Lucatine,
Gianluca, Zicrinzetti e Lucatini,
Canti, Ciambone e li Tuntedunate.
Canù, Ciamponi e i Tontodonati
.

 

3°) - C-i-aretrove nu sacche de famijje,
Ci ritrovo un sacco di famiglie.
d’amice, de pari nte e dde cumba re..:
di amici, di parenti e di compari..:
chisse de Luche, Urzine, li Lanare,
quelli di (De) Luca, Orsini, i Lanaro,
Maddì’, li Masciarille e li Pumijje.
Valdini, i Masciarelli e i Pomilio..

 

I°) Le Scafe!.. bbenedette ‘stu pahese
Scafa!.. benedetto questo paese
nat’a na selve appit ‘a sti culline:
nata in una selva ai piedi di queste colline:
ped arie ce sta Turre e Sa’ Mmaldine
in alto ci sta Turri(valignani) e San Valentino
de bbanne la cambagna dalannese
di fianco la campagna alannese.

 

LE SCAFE
 SCAFA
 

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